Imbratto le pareti della mente.
Lancio secchiate di vernice rossa che risucchiano il candore bianco come un coltello che attraversa la pelle e lascia la sua scia di dolore.
Rabbia. Fame. Rivalsa. Speranza. E poi fastidio. e ancora Rabbia.
mi scateno contro un muro bianco. Lo abbatterei sometimes. diventa una maledetta cella stretta dentro cui rimbalzano schizzate le mie paranoie. me le vedo roteare davanti alla faccia così affilate che mi chiedo quanto a lungo potrò ancora salvare la pelle dalle lame impazzite.
e le ho persino costruite io. potrei richiamarle a me, ma ho perso la password.
accesso negato. non obbediscono più. e così mi accovaccio tra 4 pareti di vernice rossa che mi risputano addosso ogni singola secchiata di emozioni, e che giocano a guardarmi schivarle mentre se le rimbalzano saettanti da un soffitto all’altro.
è il centro della mia testa.
è fatto così.
si nutre di fastidio, lo mastica e me lo risputa addosso in poltiglia.
le persone di solito, se proprio devono, di immaginario c’hanno gli amici.
io c’ho i nemici.
immaginari poi.
Solo perchè gli altri non li vedono?
ci sono tante di quelle cose che la gente non vede, che il 90% del mondo dovrebbe essere immaginario.
immaginario è solo una delle altre maledette sfumature indigeste della relatività.
canaglia opportunista che si pulisce i piedi sulla nostra fievole e fittizia lucidità. e la oscura. la corrompe. la scuote. la flagella.
CHI è normale, COSA è reale.
la realtà è come la cruna di un’ago. pochi riescono a farci passare il filo al primo tentativo. sbandiamo. e molte volte crediamo, siamo convinti che il filo ci sia entrato davvero, cantiamo quasi vittoria e poi puf, lo solleviamo e l’ago casca giù, avevamo visto male. e riproviamo.
io sto ancora cercando di azzeccare. di acciuffare la realtà, rapirla e metterla sotto torchio, e capire finalmente dove finisce la mia fantasia e dove inizia il socialmente condiviso. Quello che vedono tutti, insomma.
Fino ad allora galleggerò nel limbo.
e ve ne riporterò le cronache.
