La consapevolezza di non poter abbassare lo scudo mai, ne’ mostrare mai nemmeno il punto in cui può slacciarsi l’armatura, di non poter probabilmente mai rivelare a qualcuno cosa c’è dietro il drappo rosso davanti al quale metti in scena te stesso, e anche quando per sbaglio, la tua bisognosa e romantica Ingenuità prova a convincerti a credere in qualcuno e a permettergli per un momento di andare a farle compagnia tra le segrete dell’anima, non riesci nemmeno sforzandoti a non pensare che ogni singolo lembo d’anima che scoprirai potrà un giorno esserti usato contro, perché così è andata troppe volte, per poter sperare ancora che ci sia qualcuno capace di custodirlo anche nel caso in cui misfatti e intrighi rendessero facile e magari persino utile servirsene. Il problema è che ormai ce ne andiamo in giro tutti quanti così, nascosti dietro i nostri drappi, anneriti dal disincanto, e per quanto stanchi nemmeno in grado di accettare aiuti, perché ogni mano tesa è tanto un tranello quanto un sostegno, e quei brevi istanti di coraggiosa debolezza in cui vi ci siamo commoventemente afferrati sono stati pagati come fossero respiri in prestito da restituire con gli interessi, così da lasciarti in apnea per interminabili rancorose attese nelle cantine di cui tu stesso hai regalato la chiave.


Tutti col cuore affogato nei propri orrori, ce lo tengono a guinzaglio, e quanto è dura, quando tirano le briglie. Ma là fuori nessuno sa, superbi e gagliardi ci vogliono, e superbi e gagliardi saremo, poi la porta di casa si chiude, il cappuccio si abbassa e il volto sguscia fuori dalla tana, e pazientemente, accurati, ci chiniamo a rinsaldare i cocci che si sono allentati durante la messa in scena, un frammento dopo l’altro, sperando che la maschera tenga ancora un altro giorno.

Tutti puzziamo l’uno all’altro ma nessuno se lo dice, restiamo sul mind the gap e facciamo finta di essere amici, per prudenza.

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