Scrivere è un’impresa che ricomincia da capo ogni volta.

Ci sono volte in cui torturi un foglio bianco che non vuole parlare, e volte in cui l’inchiostro s’inzuppa nell’istinto, ti fa quattro passi nello spirito e poi imbocca la strada della carta per uscirne, lasciando orme che noi chiamiamo parole, ma che in realtà sono residui dell’anima, un calco in cui il nugolo dell’emozioni deve sagomarsi per poter esprimersi, e spesso, ahimè, la forma in cui si coagula all’esterno, nella nuova dimensione in cui è costretta a cristallizzarsi, è smisuratamente ridotta e claustrofobica, rispetto all’estensione infinita che ha dentro di te.


Pensala così, prendi la pioggia.
L’aria in contatto con un’estensione d’acqua, con una nube: l’Esterno in contatto con lo spirito. La nube si divide in gocce di pioggia e l’anima si disgrega nelle parole solo se la pressione atmosferica cambia, solo se particolari condizioni e temperature le consentono di sciogliersi, e anche quando ciò avviene, è sempre una maledetta divisione, è il pensiero che è forzato a precisarsi, decomponendosi, sposando entità prescritte, le parole, che saranno sempre una recisa circoscrizione sull'indeterminatezza, perchè la lingua, per quanto efficace e potente, è destinata a produrre forme, non sostanze. Per questo motivo

“tutti gli elogi, i sigari, le bottiglie di vino inviate in tuo onore,
non garantiscono come sarà la riga successiva,
e soltanto quella conta”. [C. Bukowski]


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One Response so far.

  1. paperoga says:

    "E' assurdo che uno scrittore debba scrivere". J. Fante

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