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Cara Gelmini ti scrivo. Read More

Vado a sfondare l'altare del matrimonio di Kate. Read More

IL LABORATORIO DI FATE. Read More

Con gli occhi accartocciati dal sonno che non smettono di ruggire mai, con i pugni chiusi sulle redini di un nuovo giorno, al galoppo del tempo, verso il solco di un nuovo anno, io e la mia dannata ostinazione che scintilla dentro ogni goccia di sudore che mi scava le guance e che mi protegge da qualunque tentativo di resa, m’innalza, mi tormenta, mi strattona dentro gli anelli vorticosi della sua spirale, e mi tiene viva e freme per gli orizzonti che mi ha insegnato a vedere, su quel confine tra follia e genialità tra le frontiere nascoste di un mondo che gli occhi con cui guardi non bastano per vedere, alla ricerca forsennata di quella strada che so di conoscere e di non aver attraversato mai, e non avrò pace finchè non v’arriverò in cima, e nessun demone potrà più portarmi via gli occhi da questa direzione, nemmeno un granello della sabbia del tempo che mi rintocca le scadenze verrà lasciato cadere senza un passo avanti verso quella direzione, e mi baratterei il cuore se solo fossi sicura di averne una manciata in più, ma la clessidra è già stata voltata e non resta che continuare a correre sullo scivolo di quest’emozione che continua a mutarmi forma sotto i piedi, e s’involge e poi si dispiega con una nuova faccia, tramutandosi in paura e poi in coraggio, in tentazione, e poi in determinazione, in dolore e poi in furia, come un lungo tappeto che oscilla nel vuoto sotto la mia corsa infinita, che diventa la lingua infinita di un serpente, e poi quella strada, tanto agognata, e prosegue così, finchè i miei demoni esausti non mi restituiscono lo sguardo o finchè io stessa non molli la presa e gli consenta di strapparmelo via. Ma sono ancora qui, e i miei occhi accartocciati dal sonno non hanno ancora smesso di ruggire. E sta iniziando un altro anno.

Vuoi vedere un miracolo? Sii il tuo miracolo.

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Un pugno di uomini chiusi in un aula, rappresentanti di una democrazia confinata tra poco meno di cinquecento poltrone di pelle, si è espressa a favore di interventi le cui conseguenze riguarderanno invece tutti quelli che sono fuori e protestano. 314 si, 60 milioni di no. Roma è sotto assedio, studenti, operai, terremotati, tutti a Roma contro il governo, a tentare di scavalcare il muro di indifferenza politica come una goccia che piano scava la pietra.

La mozione di sfiducia contro il governo Berlusconi non ha ricevuto voti sufficienti ne’ al Senato, ne’ alla Camera, questo bramato 14 dicembre non è stato capace di togliere lo scettro al grande Sire, che provvidenzialmente è sopravvissuto ancora.

Tutto dimenticato allora, gli scandali che hanno trasformato l’intero paese in un palcoscenico da night club, i Bunga Bunga come colloqui di lavoro per le nuove ministre da piazzare al governo, le telefonate in questura per piegare l’interesse giudiziario a quello personale, tutto spazzato via da 314 si, pagati con profumate poltrone di pelle, con sontuosi uffici e futuri assicurati a straccioni sociali che hanno avuto nella politica l'unica via per il successo, per sentirsi importanti, indispensabili, "onorevoli".

Un 14 dicembre che fa da radice quadrata all’intera politica italiana, perché dentro c’è tutto, il passato, il presente e il futuro, le contraddizioni, la corruzione, la mercificazione, la paura, Fini che a spada tratta ha provato fino all’ultimo ha piegare l’asse governativa, e che impotentemente neutrale contava i si e i no che grammo per grammo avrebbero spostato l’ago della bilancia. Ma Domenico Scilipoti, Massimo Calearo e Bruno Cesario, che fino alle 12:30 di oggi riempivano le file di Futuro e Libertà, hanno ceduto, hanno voltato la faccia, hanno strisciato la penna sul foglio con un palmo sugli occhi.

L’asta di deputati che si è inscenata in politica nei giorni che hanno preceduto quello che sarebbe dovuto essere il decisivo, riassume diligentemente la filosofia italiana: farsi assumere dal partito vincente e assicurarsi la poltrona. A destra o a sinistra, è un dettaglio. Ecco come i bravi di Don Rodrigo corrompono i Don Abbondio dei giorni nostri, Catia Polidori, di Futuro e Libertà, alla dirigenza Cepu, si vocifera sia stata ricattata, che abbia ottenuto rassicurazioni sul posizionamento dell’azienda di famiglia, se avesse premuto il pulsante giusto. È lo stesso Pionati, Pdl, a dichiarare in un’intervista a Repubblica "Se vuoi sopravvivere il 14 dicembre pigia il bottone per Berlusconi. Ha quaranta posti liberi, ed è l'unico che può offrire poltrone. Futuro assicurato". (Fonte: http://www.repubblica.it/politica/2010/11/26/news/pionati_compravendita-9516530/)

L’Italia stufa, l’Italia che ha bisogno di risanare l’economia, il lavoro, l’istruzione, la sanità, si ritrova ridotta ad osservare questi signorotti che si puliscono i piedi su maggioranze negoziate, e che si azzuffano tentando di screditarsi a vicenda, di accaparrarsi il bottino più succulento giocandosi sul banco la testa del futuro dell’Italia, alla mercè degli interessi privati di una maggioranza capace ormai solo di acquistare il diritto di continuare a chiamarsi tale.

E come in una partita a carte, anche fosse finita in parità avrebbe vinto il mazziere.


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[in aereo, su un pezzo di carta, venerdì 3 dicembre, 22:00 circa]


Forse si, forse sono felice. Anche con quello che scalcia dietro e mi fa tremare l’intero sedile dell’aereo, anche se lo stipendio mi ha doppiato sui giri di corsa e sono sempre maledettamente troppo indietro, anche con la pioggia senza ombrello, il cielo nero, e le sveglie alle 6 e mezza, e anche con le mie cazzo di malattie e paranoie assurde, anche con le mie insalubri 10 ore al giorno di lavoro che fanno a pugni con quelle di studio, che fanno a pugni con quelle di sonno, che fanno a pugni con un tempo che non smetterà mai di farmi pulsare le tempie nel tentativo di addomesticarlo, ma che è l’unico vero grande dono che qualcuno ha scelto di farmi, un pezzettino di immensità che la mia vita ha strappato via dalla tela del tempo, e non permetterò a nessun minuto di essere diverso da come lo voglio io, a nessun futuro di non realizzare i miei sogni, e a nessun presente di farmeli tacere, e a nessun cielo grigio di rubarmi i colori dagli occhi, e si, forse sono davvero felice, adesso, anche stanca, con la nostalgia che mi succhia il collo, ma ostinatamente felice, e tutti gli errori arrugginiti sopra i polsi, e denti di ogni torto sull'orgoglio,  e le ruote bucate e i chilometri fatti a piedi,
correndo verso un dove che mi avevano detto che non esisteva,
tutti gli urli dissennati contro una me stessa che non riusciva ad essere all’altezza di come la volevo, non hanno fatto altro che rendermi adesso ancora più felice, perché la ricchezza è felicità solo se è la povertà che le cede il posto, e io, adesso guardo su e spiego le ali, senza più paura di cadere, ne’ di non arrivare, perché ogni giravolta nel cielo conserva il suo significato a prescindere da quanto in alto possa portarmi o dalla direzione che mi farà prendere, perché il suo valore non è l’orgoglio del punto in cui mi farà arrivare ma al contrario, è il fermento dell’eterno punto di partenza, che porta in grembo secondi, minuti, ore e giorni, che si sprigionano in eterne prime volte, perché mai predecessori potranno eguagliarle e mai certezza avremo che ce ne saranno ancora concesse, ma scegliere come viverle ci da il potere di trasformarle, e trasformarci tutti i giorni in tutti i migliaia di eroi che vorremmo imparare ad essere, potendo un giorno raccontare che se il posto in cui volevi andare non aveva strade che ti ci conducessero, le hai costruirle tu, imparando che il conflitto è l’unico vero motore del progresso, perché c’è spinta all’evoluzione solo in quanto c’è lo scontro, e c’è lo scontro solo quando ci si inventa un’alternativa da opporre, da dare in pasto a quel tempo che ti è stato regalato, che magari non sarà mai abbastanza per fare tutto, ma io intanto volteggio nell’aria e sono felice, imparando che la vera felicità non è assenza, ma EQUILIBRIO, di contrasti. ;)



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La Terra è la scena sulla quale è avvenuta la caduta del tempo.
In seguito ad essa tutto ciò che nasce è in debito di morte con le proprie origini.
E' come se il Tempo fosse inciampato sullo sgambetto di questo Pianeta, e per questo, tutti coloro che se ne sarebbero ritagliati un pezzetto per appropriarsene, vivendolo, sarebbero stati condannati a un debito, che sarebbe dovuto essere prima o poi restituito, con la morte.

Per questo motivo, sulla terra, tutto ciò che viene messo in opera, è solo preso in prestito.

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La furia della protesta di questi giorni non ha mosso di un solo centimetro la posizione del governo in merito al ddl Gelmini.
La riforma dell’università è stata approvata. Eppure la parola approvazione sembra una pungente nota stonata che stride sulla tetra sinfonia di quest’orchestra in rivolta.

Un pugno di uomini chiusi in un aula, rappresentanti di una democrazia confinata tra poco più di cinquecento poltrone di pelle, che si esprimono a favore di interventi sociali le cui conseguenze riguarderanno invece tutti quelli che in quella stanza non c’erano. In democrazia, decide la maggioranza. E una maggioranza in quel momento insindacabilmente superiore, in queste ore, e in tutti i giorni che hanno preceduto e che seguiranno questo momento, è schierata sui tetti, per le strade, sui monumenti, nelle università, in una guerriglia urbana senza precedenti, una nuova simbolica Marcia su Roma, una Marcia sull’Italia, un coro di voci senza età, ne’ sesso, ne’ schieramento politico, un coro di voci che vuole riprendersi il suo posto in capitolo, e che la monopolizzazione di queste istituzioni continua a stringere in un limbo di silenzio. Tenta di nasconderle, di contenerle, induce i media a non occuparsene, decentra l’attenzione, criminalizza la folla, e addita le persone che ne riempiono le file come banditi, delinquenti, “i veri studenti sono a casa a studiare”, in modo da portargli via il valore, il rilievo sociale.

Ma i media questa volta non possono tacere, i binari delle stazioni più importanti d’Italia e le principali autostrade e i monumenti più celebri, si gonfiano della protesta, e i treni non partono, le città si paralizzano, e da Roma gli automobilisti in coda che di solito brontolano sul traffico immobile, scendono dalle auto e applaudono gli studenti in marcia.

Ma quel pugno di uomini sordi si tappa in un’agghiacciante paradossale disinteresse, il martello di legno batte sulla gilda rotonda, la riforma passa. Ora è al vaglio del Senato. Dopo di che sarà legge.



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